Riccardo Scamarcio si racconta a Vanity Fair alla vigilia del matrimonio con Valeria Golino

A pochi giorni dall’annuncio delle nozze con Valeria Golino, l’attore spiega a Vanityfair.it: «Non ho niente contro il gossip, ma se non mi tutelo finisco in manicomio». Intanto affronta un divorzio in Nessuno si salva da solo, nuovo film di Sergio Castellitto

Il film ha due anime. Da un lato, restituisce tutto il dolore del divorzio, dall’altro analizza lo scontro tra le belle illusioni della gioventù e le dure realtà dell’età adulta. Argomenti difficili, per un finale più morbido, aperto alla speranza. Che messaggio vorrebbe che passasse?

«Vorrei che il messaggio fosse quanto più generico possibile. Vorrei riuscire a raccontare quel che è giusto, la parte razionale dei nostri sensi, mostrando però la storia di due persone come tante, di due che in fondo hanno come unica colpa quella di essere umani».

Come ha vissuto lei il film?
«La sensazione che ho avuto guardandolo è stata di grande tenerezza, di grande indulgenza e di grande sconfitta. Perché Delia e Gaetano perdono entrambi, come perdono tutti gli esseri umani. Nel bene e nel male, sono due individui pieni di contraddizioni, ma si appassionano l’uno dell’altra, e credo che questo sia il vero messaggio del film».
Un messaggio che racconta la bellezza dell’imperfezione, dunque…
«Sì, perché il film non vuole accendere un riflettore sulla coppia, o sulle storie d’amore, o su cosa fare e cosa non fare. Il film, in maniera paradossale, vuole far vedere che a volte le cose prendono una strada dolorosa, ma che nonostante ciò, nonostante i nostri errori, c’è qualcosa di troppo bello nel dolore, nella manifestazione dei propri sentimenti, dei propri difetti. Quindi ecco, se Delia e Gaetano non riescono a comprendersi, gli spettatori dal di fuori riescono ad immedesimarsi. E quindi a comprenderli».
È stato facile tornare a casa dopo le riprese, le spalle cariche della negatività raccontata sul set?
«Per nulla. Tornare a casa a telecamere spente è stato come realizzare una volta per tutte che sì, il mestiere dell’attore può essere destabilizzante. Per interpretare ruoli del genere, devi andare a ripescare ricordi difficile, magari dimenticati. La cosa positiva però è che se la tocchi la sfera emotiva risuona».
In Nessuno si salva da solo, si tocca spesso il tasto dei rapporti genitore-figlio. Interpretando Gaetano si è fatto un’idea di che tipo di genitore vorrebbe essere un domani?
«Ci ho pensato, sono tematiche che fanno riflettere quelle che abbiano affrontato nel film. Ma sai, arrivare a una conclusione non è facile. Sicuramente ho dei punti in comune con il personaggio che interpreto, ma non so se ne condividerei la linea educativa».
Quanto di suo c’è in Gaetano?
«Abbiamo vari punti in comune. Io non sono così cinico ma posso arrivare ad esserlo. Poi sono uno che tende a minimizzare, a trovare una soluzione. Di fronte a un problema dico “Ok, vai. Adesso si sistema”. Sono stato educato a non drammatizzare, ma a semplificare i problemi. Ed è un bene, perché con la vita che faccio adesso se fossi superproblematico non sarei qui. Sarei chiuso in un manicomio».
In un’era in cui la privacy non esiste quasi più, lei è riuscito a ritagliarsi una zona franca, di riservatezza e introspezione. Come ci è riuscito?
«È molto difficile mantenere una privacy. A volte mi ficcano a forza tra gossip e rotocalchi. Io cerco di evitare la sovraesposizione: lo faccio per necessità, non è uno snobismo nei confronti dei giornali rosa. Ho bisogno di riuscire a mantenere una vita privata e ho bisogno di poterla viverla in libertà, senza sentirmi condizionato».
Quanto l’ha aiutata nella carriera la capacità di mantenere una privacy?
«Tanto. Per un attore è molto importante riuscire ad avere una vita privata, non soltanto per poterla vivere, ma per poter restituire al cinema la gamma di emozioni legate al quotidiano. Nel mestiere, se non hai una vita privata e vivi soltanto di quello che tu rappresenti, è finita».

Tratto da Vanityfair a cura di: Claudia Casiraghi

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