Il bisogno di raccontare

Chi aveva bollato Riccardo Scamarcio semplicemente come l’ennesimo ‘idolo delle ragazzine’ sarà costretto a ricredersi: con Texas di Fausto Paravidino e Romanzo criminale di Michele Placido, l’attore originario di Andria dimostra non solo un grande talento, ma anche una grinta fuori dal comune nell’affrontare due personaggi difficili in pellicole non certo destinate ad un pubblico di adolescenti innamorate. Due scelte complesse e coraggiose in una carriera che l’attore sa essere appena agli inizi e che eppure – sul piano squisitamente artistico – dimostrano di avere ‘pagato’ offrendo interpretazioni interessanti e riuscite.

Cosa l’attraeva del Nero in Romanzo criminale?
Un personaggio – certo – tra i più complessi e – in qualche maniera – odiosi… La cosa che più mi affascinava di questo personaggio è che si trattava di una tipologia di persona, di ragazzo che esisteva veramente in quegli anni. Il Nero rappresenta la degenerazione dell’ideologia anche se – nel film – ha meno riferimenti politici rispetto al romanzo, diventando l’emblema di una sorta di involuzione estrema del suo pensiero nei confronti della vita e degli altri. E’ un po’ se – ammazzando – tentasse di catturare e fermare lo spazio e il tempo. E’ una figura attraente perché del tutto negativa e al tempo stesso capace di descrivere la follia e la degenerazione di un tipo di ragazzi che sono realmente esistiti.

Quali?
Quelli che avevano riversato loro stessi nella propria battaglia politica e che – un giorno – hanno rinunciato al proprio ideale diventando dei criminali. Ci sono stati anche degli attori che – poi – hanno finito per commettere degli atti orribili. Io vengo da Andria, un paese che ha un passato criminale e di sangue, mi sono ispirato a delle persone che ho conosciuto veramente e che – solo in seguito – ho saputo che trenta anni fa avevano avuto rapporti con la banda della Magliana.

Romanzo criminaleè un film capace di intrattenere lanciando un messaggio politico e sociale. Cosa ne pensa?
Credo che l’intrattenimento – di qualsiasi genere sia – è il presupposto fondamentale per il buon cinema. Chi paga un biglietto e va al cinema ha il diritto di essere ‘intrattenuto’, perché questo passaggio è fondamentale per comprendere le storie ed emozionarsi. Penso che il cinema didascalico sia passato necessariamente di moda. Oggi si deve raccontare delle storie che racchiudono in sé un messaggio in maniera interessante per il pubblico. Bisogna fare in modo che il pubblico entri nelle storie…

Un rifiuto del cinema d’autore?
No, tutt’altro. Un elogio, semmai, della diversità. Io amo i film che vediamo in tre e che apprezziamo in due. L’importante è diversificare il più possibile. Sono totalmente aperto nei confronti del cinema autoriale così come apprezzo il cinema leggero e di genere. L’importante è che quando si fa un film si abbia ben chiaro in che modo rivolgersi direttamente al pubblico e in che modo. Personalmente non c’è un genere che prediligo. Adoro i bei film: mi piacciono anche i film intimisti dove ci sono storie piccole che, però, riescono a tirare fuori la complessità e la psicologia umana.

C’è qualche film che le ha fatto venire la voglia di diventare attore?
Due film che sembrano essere all’opposto: C’era una volta in America di Sergio Leone e Otto e mezzo di Federico Fellini. Due pellicole pensate e concepite in maniera completamente differente.

Tornando a Romanzo criminale, possiamo parlare di un film che rimarrà perché – nonostante alcune assenze – rappresenta il meglio degli attori che abbiamo in Italia?
E’ un cast di attori straordinario e io mi sento onorato di averne fatto parte. Romanzo criminale è un film impressionante e molto denso dominato da sentimenti forti come amicizia e amore portati sullo schermo da un gruppo di attori e attrici decisamente notevoli. Un’esperienza bellissima quella di potere lavorare con Michele Placido e con colleghi così in gamba e capaci.

Romanzo criminale e Texas sono stati prodotti rispettivamente dalla Cattleya di Riccardo Tozzi, Marco Chimenz e Giovanni Stabilini, e dalla Fandango di Domenico Procacci. Due esempi di buon cinema italiano…
Credo che il nostro cinema abbia bisogno di produttori coraggiosi e sensibili all’arte. Al tempo stesso, però, è importante che loro credano così tanto nei progetti che portano avanti da investire sufficientemente per dare vita a dei film forti sotto tutti i punti di vista. I produttori di questi due film sono esempi felici di persone che credono sia nell’aspetto artistico del film che nell’investimento sotto il profilo economico.

Lei è un attore ‘di culto’ per molte persone. Come intravede, oggi, il suo futuro?
Desidero scegliere i film in maniera ‘ordinata’, interpretando storie in cui credo e in cui sento di potere dare il meglio. Ho il privilegio di potere scegliere: una condizione che pochi attori hanno – in particolare – in Italia. Desidero non sprecare questa possibilità lavorando su film che abbiamo delle storie interessanti, scritte bene. Credo molto nelle sceneggiature che sono scritte domandandosi dei perché. E’ una regola generale che considero inderogabile: mi piace leggere degli script che mi comunicano il senso del film. Qualsiasi esso sia: civile, politico, sociale o anche di mero intrattenimento. Ma il senso ci deve essere. Mi piace percepire tra le righe il bisogno di raccontare di chi scrive. In più sono gli incontri con il regista a determinare le mie decisioni. La sintonia che stabilisci con il regista è quella che ti convince ad entrare a lavorare nel suo film. E’ un po’ una questione di alchimia. Non importa quanto sia buono il testo. La prova dell’elemento umano che deriva dall’incontro con il regista è determinante. Personalmente credo molto nei rapporti umani e – in particolare – in quelli che si creano su un set.

Le piacerebbe lavorare anche all’estero?
Molto. Il massimo sarebbe quello di potermi confrontare con degli attori stranieri nel contesto di un film italiano.

Lei ha una sfida nel suo lavoro?
Sì, riuscire comunque a vivere la mia vita.

A cura di Marco Spagnoli

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